The perks of being a wallflower

“Accettiamo l’amore che crediamo di meritare”.

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Una serata qualunque.

Giugno 2017

Un giorno qualunque.
Ti alzi dal letto, fai colazione, una doccia, chiacchieri al telefono con le amiche e scopri di non avere nulla da raccontare.
Hai ventitré anni.
É strano non aver nulla da raccontare a ventitré anni.
É venerdì. Non ci fai caso nemmeno più.
Oggi é uguale a ieri e – ci scommetteresti la testa – sarà esattamente uguale a domani. Perché quando entri in quel loop infinito che è la routine, é difficile che tu riesca ad uscirne.
Anche se sei giovane e hai tutta la vita davanti, il tempo comincia a prendere sempre di più le sembianze di un cappio che ti si stringe attorno al collo. Respiri a fatica.
Ma in qualche modo, per qualche assurda forma di protezione che non riesci nemmeno ad identificare verso cosa sia diretta, fai finta di nulla.
É difficile capire come sia possibile sentirsi così a ventitré anni.
In gabbia. Senza nessuna forza per reagire. La situazione in cui ti trovi, é l’unica opzione pensabile. Qualsiasi cosa si celi al di là di quelle sbarre, é troppo difficile da afferrare. E l’unico lusso che ti concedi, sono poche ore d’aria a settimana.
Decidi di concedertele proprio quel venerdì, quando le tue amiche, come ogni weekend, le provano tutte per farti uscire insieme loro.
“Dai che ci divertiamo” ripetono, “stacchi un po’ la spina” . E tu acconsenti, conscia del fatto che ti costerà almeno due ore di spiegazioni alla persona che, da sei anni, conserva in un cassetto sperduto le chiavi della tua prigione.
Decidi di affrontare quel calvario e ti incazzi da morire. Ti incazzi con te stessa perché dentro di te sai che non è lui ad essere forte, sei tu ad essere diventata terribilmente debole. Pietrificata dalla paura di ferire qualcuno che ti è sempre stato accanto, nel bene e nel male, nonostante tu sia tutt’altro che una persona semplice da gestire.
Finisci per sentirti un po’ in apprensione. Urli a squarciagola la tua innocenza, ma dentro di te senti spargersi a macchia d’olio il veleno della colpa.
Non sei innocente. E ciò che ti rende colpevole non è la tua uscita serale, ma quello che di quelle uscite ti appaga.
Gli occhi addosso di qualcuno, sentirti sotto il mirino attento di qualche idiota improvvisatosi spavaldo corteggiatore, la sensazione meravigliosa di poter creare l’aspettativa di poter essere in qualche modo afferrabile e di deluderla un minuto dopo.
É per questo che prepari accuratamente quello che indosserai, che passi un’ora davanti allo specchio, curando il minimo dettaglio. Perché sai che per quell’unica sera a settimana, puoi essere tutto quello che vuoi.
Ti guardi attorno fugacemente, becchi qualcuno a fissarti, sorridi, dai un sorso al tuo Spritz.
Chiacchieri, lanci qualche altro sguardo in giro, controlli la situazione.
É bello essere tra i comuni mortali. É bello sentire la testa girare un po’. Ed è bella la sensazione di appartenere a quella realtà considerata normale per la tua età.
Il tuo telefono squilla almeno cinque o sei volte. Fingi di non sentirlo. Ignori a più non posso tutto ciò che possa riportarti alla tua, di normalità.
Qualcuno si avvicina. Ha un accento decisamente diverso dal tuo, capelli improbabili e un sorriso equino. Non il miglior intrattenimento che potessi desiderare. Eppure dentro di te sghignazzi un po’.
Lo sguardo è su di te. Sei tu il perno. Il tuo ego si gonfia.
Ti diverti. Ti annoi. Cerchi altri appigli. Sposti lo sguardo. Vorresti schioccare le dita e puff. Non scompare.
Succede qualcos’altro.
La tua attenzione viene catturata da due occhi verdi. Scorrono su di te quasi per sbaglio, per un lasso di tempo troppo breve per poterlo considerare accettabile dal tuo orgoglio che, in quell’istante, viene punto da una spilla invisibile.
Bonsoir, étranger.
Sembra esattamente il tipo di ragazzo da cui il papà ti dice di stare alla larga.
Lo capisci appena comincia a parlare.
Non ascolti neanche. Sono i suoi movimenti e non le parole a rapirti.
Comincia lì qualcosa che non ti sai spiegare. Avvicini e respingi. Un passo avanti e mille dietro la tua linea difensiva. Non sei così ribelle come credevi.
Il tuo ruolo ti costringe ad un contegno di cui vorresti spogliarti.
Ma non puoi.
É terribile sentirsi spaesati, quando la situazione sfugge completamente al tuo controllo.
Il gioco è bello solo se le due parti sono consapevoli. Se una delle due non lo è, diventa un incubo da cui non riesci più a svegliarti.
Allora scrolli le spalle, prendi consapevolezza della situazione e ti limiti a contenere i danni collaterali.
Solo un dettaglio sfugge, quando un pezzettino di es argina le barriere della consapevolezza seminando le basi per un possibile eventuale nuovo incontro.
Inizi a convincerti che sia stato inconsapevole, ma dentro di te sai che lo è stato meno di quanto ti piaccia ammettere.
Allora volti le spalle ai tuoi innumerevoli errori e speri di chiudere la portiera dell’auto così velocemente da non lasciare che ti seguano.
Quel posto diventerà la loro tomba.
Chiudi gli occhi.
Quando li riapri, lo schermo del cellulare segna un messaggio ricevuto: “Dove sei”, dice soltanto.
Tu rispondi. Credi che quel gesto possa servirti a correggere tutto il resto.
Sto tornando a casa. Tranquillo, una serata qualunque”.